Sui social l’empatia è differente

I social media hanno rivoluzionato il nostro modo di comunicare e di informarci.
Ci scriviamo per lavoro su WhatsApp o diamo la buonanotte a una persona a cui vogliamo bene grazie a Telegram. Cazzeggiamo su Facebook e ci mandiamo pollicioni blu, faccine sorridenti e pupazzetti vari via Messenger.
Ci informiamo su migliaia e migliaia di micro-blog, spesso semisconosciuti, e condividiamo gli articoli che riteniamo più interessanti su Twitter. Comunicare un’informazione oggi è davvero alla portata di tutti: basta un video su Youtube o una foto pubblicata su Facebook per informare qualcuno di un disservizio o annunciare l’inizio di una guerra.

Ma anche se crediamo di essere perennemente connessi con il mondo, i social media ci chiudono in una specie di bolla che ci tiene lontani dalla realtà, impedendoci spesso di cogliere gli stati d’animo, le espressioni facciali o il linguaggio del corpo delle persone con cui ci ritroviamo a comunicare.

Per questo molti pensano che i social media limitino la nostra capacità di essere empatici.
Secondo me, invece, quella che esprimiamo sui social è solo una forma diversa di empatia.

bolla-social

L’empatia è la capacità di entrare in sintonia con il mondo interiore altrui, non solo in termini di emozioni, ma anche pensieri e prospettive. Non si tratta di una fusione con l’altro, ma della comprensione e dell’appoggio della sua visione.

L’empatia si basa su un concetto fondamentale: bisogna credere all’altro, a quello che sente, pensa e dice.

Mettendo in comunicazione due o più persone, i social media permettono l’esercizio dell’empatia, ma in un modo diverso da quello del mondo reale.
Sui social media non ci si stringe la mano, non ci si abbraccia, non ci si danno pacche sulla spalla d’incoraggiamento e nemmeno ci si incontra realmente.

Sui social media l’empatia viene espressa attraverso il meccanismo “Like & Share” (Mi Piace e Condividi).

facebook-like

Ognuno di noi ha i propri valori e le proprie convinzioni, e sui social tendiamo ad appoggiare chi o cosa riesce a incarnarli.

Ad esempio, su Facebook supportiamo con i nostri “Mi Piace” quelle aziende che rispettano l’ambiente e abbracciano i valori della buona cittadinanza, o le comunità di soccorso e i ricoveri per animali. Su Pinterest pinniamo e repinniamo gli abiti di moda che, oltre a essere in linea con il nostro gusto, vantano materiali etici, come cotone biologico, privo di pesticidi, prodotti chimici e candeggina.

Portiamo a un livello più alto l’educazione salutistica: su Instagram, ad esempio, il cibo non è più solo cibo, ma una serie di comunità che sostengono determinati valori e si tengono in contatto attraverso hashtag come #veganfoodshare, #vegetarianfoodporn o #glutenfreeliving.

onthetable-vegan

Secondo me il social dell’empatia è Instagram.

Infatti vi basterà cercare su Instagram l’hashtag #selfie, e le sue diverse declinazioni, per trovare milioni e milioni e milioni di autoscatti, e milioni e milioni e milioni di cuori messi a quegli autoscatti.

Nato come una moda tra le celebrità, che lo hanno utilizzato come canale di comunicazione con i fan, riprendendosi anche in momenti quotidiani e condividendo con loro qualche attimo della loro intimità, il selfie ha pian piano conquistato tutti.
Spesso le persone comuni lo usano quando sta accadendo qualcosa di non quotidiano, come la partecipazione a un evento, la visita a un luogo particolare o un incontro speciale.

Quello che però ho notato passando per lavoro molto tempo sui social, è che sempre più spesso il selfie su Instagram viene usato per comunicare il proprio stato d’animo.

Non più una forma narcisistica di auto-promozione, il selfie su Instagram è diventato lo strumento per la social empatia.

Attraverso l’espressione del viso si possono comunicare diverse emozioni, ma anche comprenderle.
Ci si scatta un selfie perché magari si è felici di qualcosa, oppure perché ci si sente tristi per qualcos’altro, e lo si pubblica poi su un social, come ad esempio Instagram, perché si vuole dire: “Ehi! Guardami!”.

E’ un modo per attirare l’attenzione, perché in quel momento abbiamo bisogno di attenzione.
Vogliamo che qualcuno ci appoggi perché ci sentiamo a terra, o che qualcuno esulti con noi per una nostra conquista.

Sui social quello che vogliamo è qualcuno che ci capisca.

Quando mettiamo un cuore a un selfie su Instagram, facendolo magari in maniera automatica e spontanea, è come se in un istante stessimo affermando che comprendiamo lo stato d’animo della persona che ci ritroviamo sullo schermo.

selfie

L’empatia sui social media è qualcosa che si esprime con piccolissimi gesti, che possono però avere un grande valore.

Ciò che è davvero importante, secondo me, è che questi piccolissimi gesti non rimangano solo virtuali, ma si trasformino in qualcosa di concreto.
Perché un Like o un Cuore sui social possono avere anche un grande valore empatico, ma incontrarsi nella vita reale, parlare faccia a faccia e raccontarsi, magari davanti un caffè o una birra, è qualcosa che ha un valore immenso.

Enrico Maria Tomassi

E' nato lo stesso anno di Full Metal Jacket.
Si occupa di comunicazione e marketing.
Ha pubblicato due libri e una poesia in un'antologia di poeti anarco-punk.
Crede fermamente nell'open source.
Scrive solo con penne blu. Nel tempo libero gli piace passeggiare nel verde o su spiagge deserte e ascoltare buone storie.

E' il fondatore di Nemico Lettore.

Posts di Enrico Maria Tomassi (see all)